{"id":4281,"date":"2016-10-24T19:19:54","date_gmt":"2016-10-24T18:19:54","guid":{"rendered":"https:\/\/rimaflow.it\/?p=4281"},"modified":"2020-03-13T18:29:14","modified_gmt":"2020-03-13T17:29:14","slug":"non-parlate-di-fabbriche-recuperate-se-sono-workers-buyout","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/rimaflow.it\/index.php\/2016\/10\/24\/non-parlate-di-fabbriche-recuperate-se-sono-workers-buyout\/","title":{"rendered":"NON PARLATE DI FABBRICHE RECUPERATE SE SONO workers buyout"},"content":{"rendered":"<p>Di <strong>Marina de Ghantuz Cubbe* <\/strong><em>ripreso da<\/em><strong><br \/>\n<\/strong><\/p>\n<div class=\"field field-name-body field-type-text-with-summary field-label-hidden\">\n<div class=\"field-items\">\n<div class=\"field-item even\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Fabbriche recuperate o workers buyout? Un workers buyout \u00e8 una fabbrica recuperata dagli operai? Neanche per idea. In molti, da a accostano questi due fenomeni commettendo a parere di chi scrive almeno quattro errori. \u00c8 vero che si tratta, in entrambi i casi, di fenomeni di riappropriazione del lavoro: durante l\u2019ultima crisi economica, in Italia e non solo, molte fabbriche hanno chiuso o sono fallite e gli operai hanno deciso di far ripartire l\u2019azienda continuando a gestirla. Fine dei punti in comune.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Punto uno: Un workers buyout non \u00e8 una fabbrica recuperata (e viceversa).<\/strong> Nel primo caso infatti, siamo di fronte ad una vera e propria operazione finanziaria per cui nulla pu\u00f2 la volont\u00e0 dei lavoratori se mancano soldi prestati dalle banche, investimenti da parte di istituti finanziari, mutui aperti dai lavoratori stessi: il termine buyout significa rilevare (affittare o acquistare). Quindi <strong>un workers buyout \u00e8 una fabbrica rilevata non recuperata<\/strong>. E non \u00e8 solo una questione di retorica perch\u00e9 si pu\u00f2 recuperare una fabbrica ma \u00e8 tutta un\u2019altra storia. La definizione \u201cfabbrica recuperata\u201d deriva infatti dall\u2019esperienza delle in Argentina che si sono diffuse dopo la gravissima crisi economica scoppiata nel 2001 e che hanno visto gli operai occupare le fabbriche abbandonate dagli imprenditori. In Italia per ora ne esistono due e gli operai che hanno deciso di intraprendere questa strada si sono ispirati ai lavoratori argentini perch\u00e9 come loro hanno scelto di agire in modo conflittuale (occupare, resistere, produrre).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Punto due: Hanno origini opposte tra loro.<\/strong> Il workers buyout esiste grazie alla legge n. 49 del 1985: la cosiddetta legge Marcora, partigiano cattolico, senatore democristiano, fondatore della corrente di Base, quella pi\u00f9 a sinistra della Dc. Per capire quale fosse l\u2019intento del disegno di legge sui workers buyout presentato da Giovanni Marcora, basta leggere gli atti parlamentari e dunque la discussione che, tra 1981 e 1985, ci fu in Parlamento tra Dc, Psi, Pci e Pli.<strong> Il Ministro dell\u2019Industria voleva anzitutto potenziare il mondo cooperativo che in quegli anni non riceveva praticamente soldi dallo Stato<\/strong> e pensava che le imprese private fallite, potessero diventare delle cooperative gestite da lavoratori che avrebbero cos\u00ec continuato ad avere un\u2019occupazione. In questo modo, diceva Marcora, si sarebbe ottenuto un duplice risultato: accrescere il numero e la forza economica di quella costellazione di piccole e medie cooperative ancora prive di una organizzazione strutturata; diminuire i costi dello Stato risparmiando sulle spese per la Cassa integrazione guadagni che altrimenti sarebbe spettata ad ogni lavoratore licenziato. Non solo: <strong>chi avesse voluto continuare a lavorare doveva rinunciare agli ammortizzatori sociali investendo l\u2019intera somma nella nuova avventur<\/strong><strong>a e, in caso di fallimento della neonata cooperativa, non aveva diritto ad alcun tipo di sussidio.<\/strong> Infine la legge dotava le maggiori centrali cooperative di una societ\u00e0 finanziaria (Cooperazione finanza e impresa) e stanziava centinaia di miliardi di lire per le operazioni di workers buyout. Marcora muore prima che la legge venga approvata e il progetto viene ripreso in mano dal socialista De Michelis, ministro del governo Craxi. \u00c8 De Michelis ad aggiungere nel testo della legge una grande quantit\u00e0 di investimenti indirizzati anche alle cooperative gi\u00e0 esistenti. \u00c8 la prima legge che destina cos\u00ec tanto denaro pubblico alla cooperazione.<br \/>\nPer quanto riguarda le fabbriche recuperate italiane invece, sarebbe troppo banale dire che si ispirano solo a quelle argentine. Quando si entra dentro la RiMaflow di Trezzano sul Naviglio, periferia industriale di Milano, si respira aria di politica. Tra i promotori di questa esperienza fatta di manifestazioni, occupazioni, di trattative con il Comune e con la proprietaria dell\u2019immobile (Unicredit leasing), ci sono operai spinti solo dalla perdita del lavoro insieme ad altri che hanno vissuto le assemblee degli anni Settanta in cui gli operai decidevano dal basso sul proprio futuro; ci sono operai che hanno avuto e hanno, esperienze sindacali, dalla FIOM al sindacato di base; c\u2019\u00e8 chi \u00e8 stato senatore di Rifondazione comunista prima e Sinistra critica poi. Queste persone il conflitto ce l\u2019hanno nel sangue perch\u00e9 si sono formate (anche) sull\u2019Ordine Nuovo di Gramsci. Il Gramsci che ha scritto <em>Democrazia operaia<\/em> tanto per intendersi meglio. La forza di riaprire una fabbrica, occuparla ed autogestirla deriva anche dalla consapevolezza politica e storica del fatto che in tutti i periodi di crisi ci sono state occupazioni delle fabbriche. Ebbene s\u00ec, ci sono operai che nel 2016 ti citano le occupazioni del 1871 durante la Comune di Parigi, quelle nella Russia del 1917, in Catalogna durante la guerra civile spagnola (1936-1939) e in Italia durante il biennio rosso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Punto tre: Mercato o morte. Oppure Fuorimercato.<\/strong> A partire da questi presupposti, \u00e8 facile immaginare che i processi di formazione di un workers buyout e di una fabbrica recuperata sono non solo diversi ma ancora una volta, opposti. Nel primo caso i lavoratori (non per forza esclusivamente operai), vogliono provare a diventare una cooperativa: presentano il progetto a Legacoop e\/o a Cooperazione Finanza Impresa e aspettano. Aspettano che queste organizzazioni siano favorevoli e dunque decidano di investire nell\u2019iniziativa. Alberto Zevi, in CFI per trent\u2019anni, spiega chiaramente che o c\u2019\u00e8 il mercato o la fabbrica non riparte. Anche perch\u00e9 sarebbe folle chiedere ai lavoratori di rinunciare a risparmi come il Trattamento di fine rapporto per un progetto destinato a fallire in partenza. Il mercato c\u2019\u00e8 se ci sono altre aziende da cui comprare le materie prime necessarie alla produzione ma soprattutto se c\u2019\u00e8 richiesta di quel prodotto. Dopo che i lavoratori si sono rivolti agli istituti di riferimento e se questi ultimi danno l\u2019ok, si segue il\u00a0tracciato delineato dalla legge Marcora: si costituisce la cooperativa e chi vuole essere socio deve versare una certa cifra, si chiedono gli interventi finanziari delle banche (di solito Banca Etica) e si ricevono quelli degli istituiti stessi. Questi \u201cinterventi\u201d non sono altro che mutui che i lavoratori devono, entro tot anni, estinguere: devono cio\u00e8 restituire i soldi pagando interessi intorno al 3% quindi decisamente inferiori a quelli che di solito chiedono le banche (7-8%). Una volta ottenuti i finanziamenti hanno i capitali per rilevare in tutto o in parte l\u2019azienda (immobile e macchinari) e finalmente iniziano di nuovo a produrre. Per quanto riguarda la vendita, il mercato in cui i workers buyout sono inseriti \u00e8 pi\u00f9 che altro quello della precedente azienda privata; le aziende da cui comprano le materie prime o certi servizi diventano per\u00f2 soprattutto quelle interne al circuito cooperativo. In questo modo le cooperative gi\u00e0 esistenti vendono di pi\u00f9 e si rafforza questo tipo di tessuto industriale e manifatturiero.<br \/>\n<strong>Gli operai delle fabbriche recuperate operano al contrario: prima occupano e iniziano un tipo di produzione solitamente orientata al riciclo e riuso di materiali e anche di tipo artigianale.<\/strong> Aprono le porte della fabbrica alla cittadinanza offrendo servizi e spazi all\u2019interno; costruiscono una rete di solidariet\u00e0 sul territorio per cui ottengono l\u2019approvazione della comunit\u00e0 a cui si rivolgono e solo alla fine cercano di avere quella delle Istituzioni. Tra l\u2019altro, ottenere i permessi dal Comune o dal proprietario dello stabile per rimanere a lavorare nella fabbrica di solito \u00e8 una battaglia. Questo per due motivi: il primo dipende dal fatto che le istituzioni sono state scavalcate e dunque (almeno inizialmente) non vedono di buon occhio l\u2019esperienza; il secondo \u00e8 che sono gli operai a non voler accettare le condizioni dettate da alcune leggi prima fra tutte quella sulla propriet\u00e0. L\u2019iniziativa economica privata, secondo la nostra Costituzione, \u00e8 libera ed \u00e8 tutelata. Allo stesso tempo,\u201dNon pu\u00f2 svolgersi in contrasto con l\u2019utilit\u00e0 sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libert\u00e0, alla dignit\u00e0 umana (art. 41). Ecco, <strong>gli operai delle fabbriche recuperate decidono di non rispettare la propriet\u00e0 privata<\/strong> perch\u00e9 una fabbrica abbandonata non ha utilit\u00e0 sociale, danneggia la sicurezza (dell\u2019ambiente e quindi delle persone) e lede anche la dignit\u00e0 umana di chi \u00e8 rimasto senza lavoro. Ma torniamo al mercato. Nel caso delle fabbriche recuperate la volont\u00e0 \u00e8 quella di costruire una rete che oltre ad essere territoriale, sia anche nazionale. Ad esempio Rimaflow insieme ad altre realt\u00e0 come Sos Rosarno e Sfruttazero, entrambe contro lo sfruttamento di braccianti italiani e immigrati, hanno creato una filiera etica che passi al lato delle imposizioni dettate dalle associazioni di grandi aziende e dalla grande distribuzione. La rete Fuorimercato vuole essere alternativa anche all\u2019organizzazione economica delle cooperative, criticata perch\u00e9 in numerosi casi non ha prodotto altro che l\u2019aumento delle ore di lavoro per un salario non adeguato. Gli operai delle fabbriche recuperate italiane in questo sono stati molto chiari: non hanno voluto costituire un workers buyout perch\u00e9 non volevano aprire mutui, investire risparmi ed entrare a far parte di un movimento, quello cooperativo, in cui non si riconoscono.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Punto quattro: Hanno un valore diverso e problemi differenti. L\u2019unico modo per rispettare entrambe le esperienze \u00e8 capire quali siano le loro caratteristiche. Magari andando in fabbrica a parlare con i lavoratori. <\/strong><br \/>\nL\u2019operazione finanziaria di Legacoop e delle altre centrali cooperative, non \u00e8 caratterizzata di certo dalla conflittualit\u00e0. Al contrario, \u00e8 prevista dalla legge, se i lavoratori ottengono i finanziamenti necessari possono investire i propri risparmi e assumere il rischio d\u2019impresa. Una scelta determinante perch\u00e9 significa passare da lavoratori dipendenti a \u201cimprenditori di se stessi\u201d. I soci della neonata cooperativa non recuperano nulla: affrontando uno sforzo economico per molti di loro enorme, affittano o acquistano la fabbrica. \u00c8 questo il valore che ha il workers buyout: la grande responsabilit\u00e0 economica assunta dai lavoratori. Un cambiamento radicale rispetto al passato, a cui si sommano le difficolt\u00e0 di reinserimento nelle dinamiche del mercato.<br \/>\n<strong>I workers buyout fanno parte a pieno titolo del mondo della cooperazione<\/strong> ma attenzione: \u00e8 una possibilit\u00e0 che dalla maggior parte dei lavoratori \u00e8 considerata l\u2019unica alternativa possibile; nascono pi\u00f9 per necessit\u00e0 che non per una originaria intenzione di cooperare. La trasmissione della conoscenza, la sensibilizzazione ai valori della cooperazione come la democrazia interna e la partecipazione, sono problematiche di cui gli istituti cooperativi dovrebbero riuscire a farsi maggiore carico invece di ricoprire quasi esclusivamente il ruolo di investitore finanziario. A maggior ragione perch\u00e9 all\u2019interno del mondo cooperativo, il workers buyout rappresenta l\u2019unico caso in cui l\u2019autogestione dei lavoratori \u00e8 una scelta dettata prima di tutto dall\u2019esigenza di non perdere il proprio posto di lavoro e non da una precedente volont\u00e0 di cooperare.<br \/>\nLe fabbriche recuperate presentano invece la situazione contraria: queste esperienze nascono proprio dal rapporto di solidariet\u00e0 che in un momento difficile i lavoratori instaurano tra loro e vanno semmai incontro a difficolt\u00e0 economiche dovute proprio alla scelta di non investire i risparmi ma di cercare altre modalit\u00e0 di finanziamento. <strong>Quello delle fabbriche recuperate \u00e8 un processo di riappropriazione del lavoro caratterizzato da un\u2019azione conflittuale<\/strong> costante che \u00e8 necessaria per garantire una continuit\u00e0 all\u2019esperienza di recupero e quindi costruire un\u2019alternativa vera alla disoccupazione. Nel momento in cui l\u2019informazione associa i due fenomeni e definisce i workers buyout fabbriche recuperate, ignora \u2013 in buona fede o intenzionalmente \u2013 il valore di queste ultime e dell\u2019autogestione conflittuale praticata con fatica e determinazione da anni, ogni giorno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">*<em>Giornalista praticante, collabora con l\u2019associazione Articolo21 per la libert\u00e0 di informazione. Si \u00e8 laureata nel 2016 in Formazioni sociali contemporanee all\u2019Universit\u00e0 di Bologna con una tesi sulle fabbriche recuperate e i workers buyout. L\u2019analisi dei due fenomeni \u00e8 stata realizzata intervistando sindacalisti, rappresentanti delle organizzazioni cooperative e soprattutto i lavoratori di quattro diverse fabbriche italiane, due workers buyout e due fabbriche recuperate.<\/em><\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Marina de Ghantuz Cubbe* ripreso da Fabbriche recuperate o workers buyout? Un workers buyout \u00e8 una fabbrica recuperata dagli operai? Neanche per idea. 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