DA ARTICOLO21:”Se lavorare è un reato arrestateci”

rimaflowadmin 17 settembre 2018 Commenti disabilitati su DA ARTICOLO21:”Se lavorare è un reato arrestateci”

Nel pubblicare l’articolo di Marina De Ghantuz Cubbe, che ringraziamo per l’attenzione e il sostegno nei confronti della nostra esperienza  e della nostra lotta, ci pare importante far conoscere quanto scrive anche sulla sua pagina Facebbok.

“E anche questa volta non potevo non dare il mio (piccolo) contributo in sostegno della Ri-MAFLOW. Ringrazio Articolo Ventuno per aver pubblicato la lettera di Massimo Lettieri scritta dal carcere, che spero tanti colleghi giornalisti leggeranno.
Perché in questi anni ne abbiamo parlato e ri-parlato della RiMaflow. Io ci ho scritto addirittura una tesi tanto mi sono appassionata a questa esperienza di riappropriazione del lavoro. Perché la RiMaflow è prima di tutto coraggio e resistenza, è impegno, mutualismo e capacità di autogestione. Parole che loro per primi mi hanno insegnato a capire per il loro valore reale e non retorico.
Ricordo benissimo il primo giorno in cui sono entrata alla Ri-Malflow, stavo facendo ricerca per la tesi e ad aspettarmi c’era Gigi Malabarba che mostrandomi tutto quello che aveva realizzato quel gruppo di operai mi spiegava che “Non aspetti che arrivi un altro padrone o che ti cada la manna dal cielo: ti ricrei le condizioni di lavoro, ti fai un mazzo della miseria perché ci metti anche lavoro volontario, però può essere un modo di rilanciare l’economia dal basso. Stiamo costruendo una logistica solidale che passi totalmente al lato della grande distribuzione. Per questo Fuori Mercato”.
C’era Massimo, che orgoglioso mi raccontava che “A partire da tutte le crisi che ci sono state dal 2009, la battaglia della RiMaflow è stata l’unica con una sua continuità perché abbiamo occupato, siamo qui e stiamo provando a fare questa esperienza con la cooperativa RiMaflow. Non me ne sono mai andato da qua. Non sono mai fuggito” e c’era Marisa, che in lacrime mi disse: “Mi hanno mandato la lettera di licenziamento nel 2012 che mi ha stroncato. Ho rischiato di perdere la casa. Avevo il mutuo con il mio ex marito e poi lui mi ha lasciata. Io ne ho passate tante, ma senza il lavoro perdi la dignità. Senza il lavoro mi sento una donna a metà”.
E lì dentro c’è stato l’incontro con tante persone importanti per me, come Michele De Palma.
La verità è che dalla RiMaflow non me ne sono mai andata perché non è solo uno spazio autogestito, ma è un’esperienza che non finirà mai.”

 

Da Articolo 2117 settembre 2018

Se lavorare è un reato arrestateci

Di Marina De Ghantuz Cubbe

“Se lavorare è un reato arrestateci”. Inizia con queste parole la lettera dal carcere di Salerno di un operaio, Massimo Lettieri, presidente della cooperativa RiMaflow. Stampa, televisioni e radio se ne sono occupati negli anni perché la fabbrica è stata recuperata nel 2013 dagli operai che erano stati tutti licenziati. L’ultimo proprietario l’aveva chiusa e aveva trasferito la produzione in Polonia. I lavoratori hanno iniziato un percorso per far tornare la fabbrica un sito produttivo prima occupandola e subito dopo sedendosi al tavolo con le istituzioni e la proprietà dello stabile per ottenere tutte le autorizzazioni.

Da luglio, la RiMaflow è finita in un’inchiesta della Procura di Milano che sta cercando di smantellare un sistema criminale di traffico illecito di rifiuti al nord. Il capannone sequestrato dalla Procura ospitava una sperimentazione di riciclo di carta da parati e quindi Pvc, per sottrarre il materiale alla discarica. Le attività sono state sempre rese note alle istituzioni che si occupano di riciclo (dall’AMSA, alla A2A, alla Città metropolitana) e la volontà di riavviare la produzione in fabbrica ha convinto gli operai ad accogliere la proposta, arrivata dall’esterno, di lavorare il Pvc in uno degli spazi della fabbrica. Il nesso con le società coinvolte nell’inchiesta dunque c’è, ma è di tipo commerciale e i lavoratori e le tante realtà solidali con la RiMaflow non possono credere che Massimo Lettieri sia accusato di “associazione a delinquere”.

Il nord Italia non è certo nuovo a infiltrazioni mafiose ma la RiMaflow ha portato avanti il suo percorso nel segno della lotta alla mafia e della trasparenza. Dalla Caritas a Libera contro le mafie, da Moni Ovadia a Caparezza: sono tante e significative le realtà e le persone che hanno sempre sostenuto la RiMaflow e anche il mondo universitario, italiano e non, ha firmato a sostegno di Massimo Lettieri e di una significativa esperienza di autogestione e mutualismo.

 

Queste le parole di Massimo Lettieri dal carcere:

Carissimi compagni e compagne,

‘se lavorare è un reato arrestateci’. Bene, l’hanno fatto!! La nostra provocazione al sistema produttivo italiano l’abbiamo fatta, come da previsione nessuna risposta positiva è arrivata, in cambio solo un’azione repressiva.
Aver letto sul dispositivo di essere un criminale socialmente pericoloso (mi ha colpito, direi sconvolto) evidenzia il declino del sistema, ancor più perché è stato programmato nei mesi di luglio e agosto.
Nei mesi di luglio e agosto 2010 ho partecipato alle trattative presso il Ministero dello Sviluppo Economico. Ad agosto 2010 è stata ceduta l’attività produttiva di Maflow SpA ad un gruppo polacco, producendo 230 lavoratori licenziati. Nel mese di agosto 2012 il gruppo polacco annuncia la chiusura dello stabilimento storico di Trezzano sul Naviglio con il licenziamento delle restanti lavoratrici e lavoratori.
Nelle trattative ho notato che ai tavoli istituzionali i funzionari sedevano fisicamente al lato opposto dei lavoratori, vicino ai padroni.
Le storture del sistema han prodotto cinque milioni di poveri ed altri dieci milioni di precari che per paura della povertà sono disposti a tutto.
In carcere la visione della società non cambia, la maggior parte dei detenuti sono analfabeti o semi-analfabeti, economicamente sostenuti dalla delinquenza organizzata, oppure sono poveri.
Pochi sono i detenuti con un’istruzione superiore o con compiti di rilievo; si racconta che tra i detenuti ci sia un sindaco, un avvocato, comunque restano mosche bianche, numericamente parlando. Essere descritto come un criminale socialmente pericoloso mi preoccupa, è da quando sono nato che mi appassiono alle esigenze della società.
Negli ultimi dieci anni sono stato al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori che hanno pagato la crisi economica con la perdita del posto di lavoro o la perdita dei diritti nei luoghi di lavoro. Insieme a voi, l’assemblea di RiMaflow, ho partecipato alla costruzione della comunità, che difende la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori attraverso il salario prodotto con il lavoro.
La difesa di un luogo abbandonato dal sistema produttivo, recuperato e riconsegnato alla società; anche il mio matrimonio con Anna organizzato in un bene confiscato alla mafia, al fianco della comunità “Casa Homer” dei minori non accompagnati di don Massimo Mapelli, tutto di me è intriso di socialità; non voglio dimenticare l’adesione personale a “Fuorimercato”, al movimento delle “Fabbriche recuperate”, ai movimenti popolari organizzati da papa Francesco, che proprio sulla questione rifiuti il papa – da vescovo di Buenos Aires – ha organizzato i cartoneros: ancora oggi l’organizzazione fornisce un reddito di base ai raccoglitori di carta e cartone.
La legalità nostrana prevede autorizzazioni di grossi magazzini di stoccaggio, che hanno le stesse criticità ambientali tipiche del settore. Rischio sversamento nel terreno, rischio incendio. Nell’ultima estate si è incendiato il magazzino di Milano Muggiano di proprietà dell’AMSA e un altro magazzino a Caivano (Napoli); potrei citarne altri dieci ma in carcere sono senza Google per fare le ricerche…
Questo sistema produce profitti per chi ha le autorizzazioni e danni ambientali alle comunità che li ospitano.
La legge non è uguale per tutti, le carceri sono costruite per i poveri, i maggiori utilizzatori.
RiMaflow non deve fermarsi. In autogestione le forme di organizzazione sono dinamiche, ho la certezza che l’assemblea sarà capace di dare risposte ai problemi chiamati a risolvere.
In una delle tante assemblee che abbiamo fatto ho ricordato le parole di Kennedy che in un discorso disse più o meno (no Google): “Non chiedete cosa può fare per voi la società (l’America), ma chiedetevi cosa posso dare io alla società, una società forte può garantire la protezione necessaria all’esistenza”…
Mi considero un uomo con un forte senso civico, ho pensato che insieme a voi avrei potuto risolvere molti problemi che il sistema ha prodotto. Non vi nascondo che sono emotivamente provato, per mia fortuna sento la vicinanza della mia famiglia, Anna tutte le settimane mi porta notizie positive sulla resistenza di RiMaflow, mi porta inoltre l’energia che solo l’amore può ricaricare per resistere nella privazione della libertà. Rinchiuso dietro le sbarre mi sento come un leone in una gabbia dello zoo.
Concludo con le parole di don Milani: “A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca?”

Un abbraccio

Massimo

OCUPAR RESISTIR PRODUCIR

OGGI E SEMPRE RESISTENZA

 

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