RASSEGNA STAMPA del 27 novembre 2018

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RiMaflow, a rischio sgombero dieci anni di fabbrica recuperata e di lotta

A Trezzano sul Naviglio gli operai hanno creato la «Cittadella dell’altra economia». Giovanni Impastato: «Massima vicinanza»

Da “il manifesto” del 27 11 2018

Di Roberto Maggioni/

Uno degli ultimi messaggi di solidarietà è arrivato pochi giorni fa da oltre mille chilometri di distanza: «Massima vicinanza a chi ha tentato di riqualificare una fabbrica destinata alla chiusura creando una Cittadella dell’altra economia che oggi qualcuno vuole bloccare». Parole pronunciate a Cinisi da Giovanni Impastato, fratello di Peppino, durante un incontro pubblico intitolato «disobbedire non è reato».

IMPASTATO HA ABBRACCIATO e salutato uno degli operai della RiMaflow sceso a Cinisi a raccontare la storia di questa fabbrica di Trezzano sul Naviglio, 10 Km in linea d’aria dal Duomo di Milano, che da sei anni è diventata la principale esperienza di fabbrica recuperata in Italia, un villaggio solidale dove la crisi ha cambiato verso grazie alla lotta degli operai diventando nuova opportunità di lavoro, socialità e integrazione. Ora però tutto questo rischia di finire, pende sulla RiMaflow lo sgombero annunciato per il 28 novembre, uno sgombero che al danno unisce la beffa.

UN’ESPERIENZA SOLIDALE nata contro la speculazione è finita in mezzo – letteralmente – ad un’inchiesta per traffico di rifiuti e ora la proprietà dei capannoni, la banca Unicredit, ha deciso di sfrattare i 120 lavoratori e le decine di soggetti che hanno trovato casa all’interno di quei capannoni. Quella della RiMaflow è una storia che getta i semi attorno al 2005, quando quei capannoni si chiamavano solo Maflow.

Era una fabbrica che impiegava 350 lavoratori e che produceva tubi per condizionatori e auto. Una delle tante aziende dell’hinterland di Milano che stavano scegliendo di lasciare questo Paese alla ricerca di manodopera a prezzi più bassi. La Maflow in quegli anni inizia a trasferire parti della produzione all’estero, mette in cassa integrazione i dipendenti, sposta i macchinari più importanti in Polonia, perde le principali commesse, come quella con la BMW.

UNA CASCATA DI EVENTI negativi che portano i lavoratori nel 2009 ad intraprendere una dura lotta fino all’occupazione dei capannoni. Non vogliono che i cancelli si chiudano e propongono soluzioni alternative. Tra loro c’è un sindacalista della Cub particolarmente testardo, Massimo Lettieri.

Chiede di incontrare il liquidatore, guardare la situazione reale dell’azienda, parlarsi, cercare insieme un nuovo investitore. Insomma, dare un futuro all’azienda e a 350 persone. I nuovi compratori polacchi vogliono tenere solo i lavoratori non iscritti al sindacato e nell’assenza di progettualità lentamente la Maflow muore. Picchetti, manifestazioni e incontri in Prefettura a Milano non impediscono la chiusura definitiva a dicembre 2012.

A QUEL PUNTO UN GRUPPO di operai decide che non si può tornare a casa così. «Facciamo come in Argentina, lavoriamo senza padroni» propone qualcuno. È l’anno del «We are the 99%», nasce Occupy Maflow che presto diventerà RiMaflow: fabbrica recuperata. Dalla produzione di tubi per auto si passa al riuso e riciclo di apparecchiature elettriche ed elettroniche.

La Cittadella dell’altra economia prende forma. Nasce la cooperativa il cui presidente è quel sindacalista testardo, Massimo Lettieri, che in quegli anni non si era mai arreso a chi aveva dichiarato fallimento portando il bene materiale più prezioso per un’azienda, i macchinari, altrove. Alla cooperativa poi negli anni si affiancano decine di altri soggetti tra falegnami, tappezzieri, artigiani che danno vita alla Casa del Mutuo Soccorso.

I SOCI DELLA CASA attraverso il versamento di una quota annuale possono operare all’interno della Cittadella. Si costruisce quella che diventerà la rete nazionale «Fuorimercato». RiMaflow aderisce alla rete di Communia, ha delle sorelle a Milano nello spazio sociale RiMake, collabora con Libera, si occupa di antimafia sociale in un territorio, il sud Milano, pesantemente infiltrato dalla ’ndrangheta. Anche Caritas Ambrosiana e Casa della Carità sostengono questa esperienza, così come il parroco di Trezzano, Don Franco, sempre al fianco dei lavoratori nei momenti difficili come in quelli gioiosi: sarà proprio Don Franco a sposare Massimo, il sindacalista testardo, e Anna.

Una grande festa in uno dei beni confiscati alle mafie nell’hinterland sud di Milano, la Masseria di Cisliano. Dalla collaborazione con gli Archivi della Resistenza di Fosdinovo nasce l’Amaro Partigiano, già un classico del Natale degli antifascisti. Per questi lavoratori la sfida più difficile è sempre stata quella di uscire dall’illegalità iniziale, l’occupazione della fabbrica, e regolarizzare le attività. Tenendo bene in mente una cosa: si fa tutto per il bene comune, mai per il profitto privato.

GLI SFORZI PER REGOLARIZZARSI crollano la mattina del 26 luglio 2018 quando nove persone vengono arrestate per traffico illecito di rifiuti. Tra loro c’è anche il sindacalista testardo, Massimo Lettieri, presidente della cooperativa. Uno dei capannoni sequestrati si trova all’interno della cittadella della RiMaflow, Massimo si ritrova accusato di «associazione per delinquere finalizzata al traffico di rifiuti».

PER LUI SCATTA LA MISURA cautelare in carcere, ci resterà quattro mesi. «Con le ditte che ci hanno conferito macchinari e materiali con regolari documenti di trasporto, alcune delle quali figurano tra quelle indagate, non abbiamo nulla a che fare per qualsiasi altra loro attività» scrivono i lavoratori a poche ore dall’arresto.

Al centro dell’inchiesta della procura di Milano finisce il progetto sulla lavorazione di scarti di produzione di carta da parati. «Siamo certi di poter dimostrare la nostra estraneità a questa vicenda e di poterne uscire appena inizierà il processo» ha detto più volte Gigi Malabarba, sindacalista, già parlamentare con Rifondazione Comunista che negli della lotta contro la chiusura della Maflow conobbe Massimo Lettieri e non lo mollò più.

«Se di Massimo si volesse sintetizzare la figura è proprio l’emblema vivente della lotta contro ciò per cui è stato arrestato». Qualche giorno fa Massimo e Gigi sono stati ospiti di Claudio Jampaglia a Radio Popolare, Malabarba in studio, Lettieri al telefono dagli arresti domiciliari. «Ormai sono 10 anni di lotta» ha detto Massimo un po’ emozionato al telefono. «Una lotta necessaria, il capitalismo ha preso il sopravvento sulle persone. Ora sono stato anche in galera, ho visto gli ultimi degli ultimi, conosco gli operai che perdono il lavoro, ci sono una marea di persone che non hanno voce. L’unica opportunità che abbiamo è organizzare esperienze positive che diano voce a queste persone». Tutto questo dal 28 novembre potrebbe non esistere più. O almeno non a Trezzano, in quella Cittadella autogestita senza padroni.

 

La fabbrica rigenerata sotto sgombero per ordine di Unicredit

La storia di RiMaflow, la fabbrica occupata che dà lavoro a 120 persone.

Da Radio Città Fujiko / Martedì 27 Novembre 2018

di Alessandro Canella

INTERVISTA A GIGI MALABARBA


 

Da una fabbrica fallita, con un imprenditore polacco che compra e delocalizza, e 330 lavoratori lasciati a casa, è nata invece una fabbrica rigenerata, occupata dai lavoratori, che ha creato 120 posti di lavoro. È la RiMaflow di Trezzano sul Naviglio, che domani rischia lo sgombero perché Unicredit, proprietaria dell’immobile, non vuole regolarizzarla. L’intervista a Gigi Malabarba.

Poteva essere una storia come tante altre, con una fabbrica in bancarotta, un imprenditore che l’acquista a prezzo stracciato e trasferisce in Polonia la produzione e 330 lavoratori licenziati.
Invece la vicenda di Maflow di Trezzano sul Naviglio ha assunto una direzione diversa, con un’occupazione da parte degli operai, la rigenerazione della fabbrica sul modello argentino e la creazione di 120 posti di lavoro grazie al mutualismo e all’autorganizzazione.
Ora, però, questa storia rischia di finire malamente per colpa di una banca, la Unicredit, che è proprietaria dell’immobile e vuole sgomberarlo.

“Tutto comincia nel 2009 – racconta ai nostri microfoni Gigi Malabarba, un passato da parlarmentare di Rifondazione Comunista – quindi quasi dieci anni fa, quando la Maflow va in bancarotta. Si è presentato un imprenditore polacco che ha fatto finta di rilanciare il sito produttivo, ma in due anni, dopo aver tenuto 80 lavoratori e lasciato in cassintegrazione gli altri 250, licenzia tutti e delocalizza”.
È a quel punto che una quindicina di operai licenziati, capeggiati da Massimo Lettieri, sindacalista Cub, decide di occupare la fabbrica e rigenerarla, sulla scia di quanto è accaduto con la crisi argentina.

Oltre al nucleo iniziale di operai, nel tempo arrivano artigiani, disoccupati di altre fabbriche, pensionati e nel giro di sei anni RiMaflow riesce a creare 120 posti di lavoro. Il tutto attraverso un’attività produttiva che fa del riuso e del riciclo il proprio punto di forza.
“Fin da subito abbiamo chiesto ad Unicredit, proprietaria dell’immobile, di regolare la nostra posizione, perché siamo tuttora in occupazione – sottolinea Malabarba – Per un periodo Unicredit ha fatto finta di discutere con noi, attraverso un tavolo di negoziato in Prefettura”.

Un anno fa, però, la banca ha abbandonato il tavolo e chiesto lo sfratto per RiMaflow. O meglio: ha chiesto lo sfratto per l’immobiliare Virum, che aveva in leasing l’edificio, che da quando è fallita la fabbrica non ha più potuto pagare. L’istituto finanziario, quindi, ha avviato la procedura per arrivare a sgomberare lo stabile.
Domani i lavoratori di RiMaflow dovranno fronteggiare il secondo sfratto esecutivo con forza pubblica, dopo aver ottenuto un rinvio lo scorso 19 settembre.

Come se non bastasse, la cooperativa RiMaflow è stata coinvolta in un’inchiesta sullo smaltimento illecito di rifiuti, che ha portato prima in carcere e poi ai domiciliari il suo presidente, Massimo Lettieri.
“Noi respingiamo al mittente ogni accusa e chiediamo la liberazione di Massimo – afferma Malabarba – Non è pensabile che un’esperienza nata per sottrarre alla ‘ndrangheta il traffico di rifiuti, venga accusata di cose così infamanti”.

Domattina, giorno in cui è atteso l’arrivo dell’ufficiale giudiziario con le forze dell’ordine pronte ad eseguire lo sgombero, i lavoratori si sono dati appuntamento alle 8.00 e hanno chiamato a raccolta quanti credono nelle forme di mutualismo e solidarietà e nell’esperienza di RiMaflow.
Ciò che chiedono è di riaprire il tavolo in Prefettura e di arrivare a un accordo che, dopo un periodo di comodato d’uso gratuito, possa portare alla corresponsione di un affitto per rimanere nello stabilimento di Trezzano sul Naviglio.

“Non si tratta di una questione di ordine pubblico – insiste Malabarba – ma è una questione sociale e politica”. Dopo i 330 licenziamenti e la creazione, invece, di 120 posti di lavoro, non è pensabile che l’esperienza di RiMaflow venga spazzata via in questo modo.
Grande assenti in tutta questa vicenda sembrano essere le istituzioni che, se non si sono dimostrate troppo timide, sono state apertamente contrarie all’esperienza. Primo fra tutti il Comune di Trezzano sul Naviglio, il cui vicesindaco è esponente della stessa Unicredit.

“Quello che però ci ha sorpreso – conclude l’ex parlamentare di Rifondazione – è che abbiamo trovato forze sociali, anche di percorsi distanti dal nostro, schierarsi al nostro fianco, come ha fatto la Caritas“.
Un fronte sociale inedito, che fa della solidarietà e del mutualismo i propri punti di forza.

 

Rischia lo sfratto RiMaflow, fabbrica autogestita

Da METRO” – Martedì 27 Novembre 2018

Di Paola Rizzi

Tra gli sponsor hanno anche Papa Bergoglio, che li ha ricevuti due volte. Ma forse non basta: domani l’ufficiale giudiziario potrebbe mettere la parola fine all’esperienza, unica in Italia, della RiMaflow, fabbrica automotive di Trezzano sul Naviglio (allora si chiamava Maflow) chiusa nel 2013, ma tenuta in vita dagli operai riuniti in cooperativa, che nei 30 mila metri quadri, altrimenti destinati all’abbandono hanno creato lavoro e una speranza per il futuro, il sogno di una fabbrica che non muore ma si ricicla. In 4 capannoni negli anni si sono alternate attività diverse: dai laboratori artigiani, alla mensa, alla riparazione di computer e cellulare, al coworking, al rimessaggio camper. Oggi ci lavorano 120 persone,  fra ex dipendenti Maflow, artigiani e disoccupati che si sono aggiunti ai 20 soci iniziali. Un esperimento sociale sostenuto anche da Caritas e Libera e studiato nelle università di tutto il mondo.
Il tutto è avvenuto in un regime di occupazione, quindi illegale, ma di fatto tollerata, tanto che dal 2015 presso la prefettura si era insediato un tavolo con la proprietà dell’area, Unicredit leasing, e il Comune di Trezzano per un protocollo d’intesa che prevedesse un comodato d’uso di qualche anno per arrivare poi a pagare l’affitto, una volta che alcune attività avessero preso l’abbrivio grazie alla regolarizzazione.
Puntavano sul riuso,  contro lo spreco, ed avevano avviato con un esterno una sperimentazione per il riciclo del pvc contenuto nella carta da parati. Ma sono inciampati in un incidente grave, un’inchiesta che ha coinvolto altre aziende e i fornitori del materiale nell’accusa di associazione a delinquere per traffico illecito di rifiuti. A luglio è stato arrestato il presidente della cooperativa RiMaflow Massimo Lettieri, ora ai domiciliari. «L’unico nostro illecito, alla luce del sole,  è l’occupazione – dice Gigi Malabarba – da anni lottiamo per trasformare le nostre attività irregolari in lavoro regolare proprio puntando su un ciclo virtuoso dei rifiuti dialogando con tutte le istituzioni.  L’inchiesta è paradossale e siamo certi che Massimo ne uscirà a testa alta». Le altre attività sono proseguite, ma è stata una batosta, con la contemporanea interruzione delle trattative con Unicredit, che ha accelerato sullo sgombero. «Improvvisamente sembra che non si voglia più tenere in vita questa esperienza» dice Michele Morini, un altro socio. I negoziati con la proprietà continuano anche in queste ore. La speranza è che venga offerta una sede alternativa e molti sono i soggetti che si sono attivati, dalla Caritas, a Don Rigoldi, all’imprenditore Cabassi, proprietario della sede del Leoncavallo. Domani dalle 8 presidio nella fabbrica di via  Boccaccio 1.

 

Milano, Unicredit contro RiMaflow, tutti contro Unicredit

Da “Popoff” – Martedì 27 Novembre 2018

Di redazione

La mattina di mercoledì 28 novembre Unicredit Leasing rischia di cancellare con la forza la RiMaflow di Trezzano sul Naviglio, un’esperienza di autogestione operaia e di mutualismo che in quasi sei anni ha creato dal niente e senza aiuto alcuno 120 posti di lavoro.

Il Leasing caccia lavoratori e lavoratrici attraverso un decreto di sfratto nei confronti di Virum, un’immobiliare inadempiente e inesistente da anni nel sito.

Il decreto del Tribunale permette di ottenere la liberazione dell’area da persone e da cose mentre le istituzioni sbandierano un’inchiesta sullo smaltimento illecito dei rifiuti, che ha portato all’accusa infamante di RiMaflow come parte di un’associazione a delinquere e all’arresto del presidente della Cooperativa, Massimo Lettieri: ossia il rovescio esatto di quanto fatto in questi anni come scelta ambientalista e di contrasto della criminalità organizzata sul nostro territorio da parte di RiMaflow!

Di questa inchiesta non si parla già più e si concluderà forse senza neppure celebrare un processo, mentre Virum si è sciolta come neve al sole ma sembra rimanere in vita solo per essere oggetto dello sfratto! Unicredit Leasing non accetta la regolarizzazione dell’occupazione, come proposto anche dalla Prefettura di Milano per l’alto valore sociale dell’esperienza operaia di tutti questi anni, anni in cui la fabbrica sarebbe stata magari riempita di rifiuti poi dati alle fiamme, come succede ormai quotidianamente proprio in questi territori. Mentre se ciò non è avvenuto, come non è avvenuta alcuna altra conseguenza devastante di inquinamento – dati i tetti in amianto e il sottosuolo contaminato – è proprio per la custodia del bene da parte dei lavoratori e delle lavoratrici presidianti.

Nessuna istituzione ha dato una mano a trasformare decine e decine di occasioni di lavoro informale in posti di lavoro regolari, ma decine e decine di operai e artigiani sono riusciti a regolarizzarsi proprio attraverso l’attività della Cooperativa RiMaflow colpita e messa in mora dall’inchiesta giudiziaria.

Proprio come in questi giorni a Riace o al Baobab Experience di Roma le istituzioni cancellano esempi straordinari e a noi vicini di accoglienza nel nome della ripristinata ‘legalità’, così nei confronti di RiMaflow istituzioni inadempienti gioiscono della ripristinata ‘legalità’, provocando il licenziamento per la seconda volta di 120 persone e restituendo all’abbandono e al degrado 30mila metri quadri di capannoni!

Noi non accettiamo questa situazione! Sono migliaia le personalità, le associazioni e i movimenti anche su scala internazionale, così come i semplici cittadini che hanno manifestato solidarietà a RiMaflow e hanno chiesto e chiedono un tavolo negoziale che impedisca lo sgombero.

Lo rivendicheremo fino al 28 mattina quando saremo ancora una volta tutte e tutti insieme a spiegare all’Ufficiale giudiziario le nostre ragioni e le soluzioni possibili alla controversia.

 

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