Intervista a Gianluca Foglia “Fogliazza”

rimaflowadmin 13 novembre 2019 Commenti disabilitati su Intervista a Gianluca Foglia “Fogliazza”

Di Valentina Bufano – RiMaflow

Gianluca Foglia “Fogliazza”, disegnatore satirico, illustratore, fumettista, storyboarder, autore e interprete teatrale, è tornato alla RiMaflow dopo un anno, ancora a raccontare di Vittorio Arrigoni. Lo spettacolo era collegato alla Fondazione Vittorio Arrigoni (Vik Utopia) che sostiene la Onlus “Palestine Children’s Relief Fund –Italia” e la raccolta fondi per i Bambini di Gaza che oltre all’orrore della guerra e al disagio della povertà, patiscono le sofferenze di una malattia estremamente dolorosa: l’Epidermolisi Bollosa.

Dopo una serie di proposte sulla memoria storica e l’antifascismo, Foglia ha deciso di raccontare Arrigoni, con questi suoi spettacoli che sono una sintesi tra monologo e disegno (in più la musica di E. Cappa) e che si fanno carico di una funzione informativa e formativa, come vuole la tradizione del teatro civile.

Tu una volta ha dichiarato: “Trovo fondamentale che un fatto da narrare parta sempre dal popolo, dalle persone comuni. Tanto più i protagonisti assomigliano al pubblico, tanto più quest’ultimo sarà coinvolto, identificandosi con chi è in scena. Il racconto attraverso l’eroe ­a me non serve”. Ma Arrigoni può essere considerato un uomo qualsiasi? Eppure c’è una Fondazione che ne onora la memoria “per continuare la sua azione disinteressata di impegno civile a servizio del bene comune, dei diritti umani e della giustizia”. La sua frase “Restiamo umani”, che usava per chiudere ogni articolo, è diventata uno slogan famoso. Praticamente dall’inizio delle sue attività di attivista era stato inserito nella lista nera degli indesiderabili da Israele. Ha subito anche la tortura. Quando Israele lanciava l’operazione Piombo Fuso, Vittorio era l’unico italiano presente nella Striscia di Gaza. Insignito della cittadinanza onoraria palestinese. Perché una performance sullo “straordinario” Vittorio Arrigoni? 

“Vittorio non può che essere considerato speciale, perché ha pagato con la propria vita una nobile aspirazione: difendere i diritti umani. Ma non era perfetto, era un essere umano e ha saputo restarlo, nonostante tutto. La necessità di raccontarlo deriva dall’incontro con gli amici dell’Anpi Atm di Milano. Grazie a loro ho potuto documentarmi nello stesso periodo in cui il fenomeno dei migranti aumentava, diventando oggetto di propaganda politica. La situazione sociale e umanitaria si andava facendo sempre più accelerata e complessa, confusa. È proprio in questi momenti che bisogna rallentare, per non perdere lucidità e mettere a fuoco la situazione. Allora sono state le parole di Arrigoni a restituirmi lucidità, chiarezza, consapevolezza: “Restare umani”. Nell’incertezza dell’attualità, io sento il bisogno di rilevare un punto fermo, qualcosa che non sia un dubbio, e usarlo come punto di riferimento. Le parole di Vittorio sono tutto questo e possono esserlo per tutti, compreso chi è su sponde opposte”.

Tu che sei padre di due ragazzi, una volta hai dichiarato: “Quando penso a una storia da raccontare ho sempre l’obiettivo di rivolgermi ai bambini.” Nell’autunno 2018 inizi a portare in scena la vita di Arrigoni con lo spettacolo “VITTORIO “restiamo umani””. Cosa capiscono i ragazzi, cosa rimane in loro?

“Chiaramente occorre adattare il linguaggio all’età cui ti stai rivolgendo, ma i ragazzini possono comprendere tutto. La loro sensibilità è superiore a quella degli adulti, ormai “compromessi” nell’esperienza della vita. In loro il messaggio giunge anche con più forza, poiché non sanno cosa aspettarsi (a differenza di un adulto già sensibile al tema). Se non li si prepara al contenuto della narrazione, restano affascinati da una vita che ne ha vissute mille, da un’Umanità che non si tira mai indietro, dall’attualità di una storia che li riguarda, poiché la situazione del nostro Paese non solo è cosa che ci riguarda, ma che ci condiziona, ci influenza e spesso ci corrompe. Ecco: ci corrompe. Prima che la propaganda dell’odio si diffonda, la si può arginare con un esempio di vita: quello di un giovane che avrebbe potuto starsene comodo, al sicuro e invece ha trovato insopportabile l’indifferenza verso gli altri, andandosi a cercare il prossimo, fino ad innamorarsi del popolo palestinese”.

Ho letto il tuo cv artistico e lavorativo, ma mi interessa conoscere il tuo percorso personale, i tuoi studi, gli avvenimenti più importanti della tua esistenza, tutto ciò che ti ha portato a fare quello che fai.

“Ho lavorato 12 anni come operaio turnista. È stata la mia gavetta, sofferta ma importante. Da 15 anni disegnare è il mio mestiere, declinato dalla carta fino al disegno dal vivo, dall’aula al teatro. In mezzo c’è la parte più importante della mia vita, quella più entusiasmante: la mia famiglia. Privilegio del mio lavoro è poter gestire il tempo e passare molto di questo con la mia famiglia, anzi subordinare tutto alla mia famiglia. Avrei voluto fare lo scrittore, convinto che gli editori aspettassero solo me e che non avrei lavorato! Volevo fare il calciatore… È andata meglio! I miei studi sono una parte biografica minia: non studiavo. Non mi sono nemmeno diplomato (così è più facile far comprendere ai miei figli quale errore sia stato). Durante gli anni di fabbrica ho continuato a maturare il sospetto che avrei potuto fare di più. Ero determinato ad insistere, a non cedere. Il disegno è stato una rivelazione, non solo perché è diventato il mio lavoro, ma anche perché permette di capire le cose: disegnare è vedere, vedere è capire… Disegnare è capire. Disegnare è un procedimento lento e questa lentezza permette alle idee di decantare, penetrare, germogliare. Nella lentezza prendono forma nuove idee, si fortificano quelle più pazienti. Ma a condurmi fino a qui, a continuare a guidarmi è un’ignoranza che mi rende molto curioso, mi permette di sperimentare nuove storie. Il disegno è la più antica forma di comunicazione, che conserva intatta la capacità di divulgare e stupire: mostrare un disegno che si realizza in diretta è una suggestione che crea stupore, meraviglia, rende le persone più predisposte ad ascoltare, a lasciarsi coinvolgere. Occupandomi di tematiche importanti, scopro vite che non hanno nulla a che vedere con la mia; scopro che molte voci chiedono di essere ascoltate, perché gridano vendetta ma sono condannate al silenzio. Ecco che il dono di saper raccontare con i disegni è una fortuna che in parte va restituita, mettendola al servizio di quella voce che viene strozzata in gola. Ho conosciuto molte persone in questi anni; il teatro civile mi ha dato tanto e continua a farmi crescere. Mi insegna che chi sceglie da che parte stare e prende posizione, che (soprattutto oggi) sceglie di “restare umano”, non è in minoranza e non è solo. Sicuramente per me ha rappresentato una svolta quell’incontro con una donna cilena detenuta e torturata dal regime di Pinochet. Le ho detto che avrei voluto raccontare la sua storia a fumetti. Non avevo idea di quale strada stessi imboccando, ma avrei capito presto che non la volevo abbandonare. Spesso è difficile far comprendere che disegnare è il mio lavoro. Sa più di passatempo. Fare di mestiere quello che più ti piace fare non si addice all’immaginario collettivo! Dico sempre ai miei figli che siamo fortunati e questa fortuna va restituita a chi non ha avuto la nostra stessa sorte. Le storie che decido di raccontare sono spesso una restituzione e confido che i miei figli imparino più dal mio esempio che dalle mie parole. È un disegno a lungo termine!”.

Scandalo ha suscitato la ministra con la licenza media. Tu cosa ne pensi?

“Penso che ci sono competenze che si acquisiscono sul campo e altre che prima necessitano di una preparazione specifica. In un momento in cui l’assenza di cultura è diffusa, in cui le ultime generazioni sono le più preparate e le meno retribuite di sempre, in cui un ex Ministro del Lavoro (oggi agli Esteri senza saper parlare inglese) non ha un lavoro indicato sul CV… penso che occorra anche tener conto della formazione professionale e dell’esperienza. L’ex Ministro Fedeli mi risulta avesse un diploma triennale, l’attuale Ministro Bellanova credo abbia la terza media. Il rischio è che si possa interpretare come riduttivo l’avere un titolo di studio, anche nei confronti di chi ha investito molto in tal senso. A parlare restano i fatti, al di là di tutto (anche perché molti hanno master in qualsiasi cosa e si sono rivelati perfetti incapaci)”.

È la seconda volta che vieni alla RiMaflow. Come hai conosciuto questa realtà e in che rapporti sei con i lavoratori?

“Devo ancora questa occasione agli amici dell’Anpi Atm di Milano, che mi hanno fatto scoprire la RiMaflow. Hanno compreso che l’associazione che rappresentano deve andare oltre la trasmissione della memoria della Resistenza, che ci sono “resistenze” attuali più urgenti; che la Resistenza partigiana indica una rotta, una destinazione, una direzione in cui vivere, che dà senso alla memoria e questa non può prescindere dall’occuparsi e condividere storie di resistenza di oggi. Abbiamo debuttato con lo spettacolo su Vittorio Arrigoni in un luogo nel quale egli si sarebbe lasciato coinvolgere, sostenendone la causa. Abbiamo portato una storia in un luogo in cui l’umanità ha prevalso, anche quando tutto sembrava compromesso. L’ammirazione per questo luogo ci ha convinti che sarebbe stato importante tornare, ancora più coinvolti, dedicando alla serata del 9 novembre una raccolta fondi per aiutare i bambini “farfalla” di Gaza. Il rapporto con i lavoratori è fatto di stima, di profonda ammirazione per la dignità che emana da un luogo in cui hanno saputo riscattare la vita, specie pensando a quanta dignità c’è nell’esperienza di Massimo Lettieri, di cui ho appena terminato il libro, pensando che Vittorio Arrigoni continua a tessere trame, mettendo in relazione persone mosse dalle stesse umane vibrazioni. Nulla accade per caso e non conosco altre persone capaci come quelli della RiMaflow (senza nulla togliere agli altri!) di meritare il titolo di “lavoratori””.

www.fogliazza.com

 

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