Piazza Fontana: 50 anni senza giustizia

rimaflowadmin 20 dicembre 2019 Commenti disabilitati su Piazza Fontana: 50 anni senza giustizia

Di Valentina Simona Bufano

Con le parole si può manipolare la psiche, quindi le parole non vengono mai scelte a caso dagli esperti di comunicazione. Le tecniche di manipolazione puntano ad influenzare le emozioni, le credenze, i processi di pensiero. Il soggetto resta ammaliato dalle belle parole, il pensiero critico viene annullato, la realtà distorta, le informazioni nascoste. Il bisogno di un’identità collettiva viene sfruttato. Un voluto sovraccarico di informazioni rende faticoso il processo di elaborazione di uno stimolo troppo complicato.

Così abbiamo avuto il Pinelli “suicida”, facendo leva sull’istintiva diffidenza che suscita il comportamento suicidario. Basti pensare che è compreso tra i disturbi di salute mentale. Un suicida è, quindi, un pazzo e le dichiarazioni rilasciate prima di uccidersi sono da intendersi come inaffidabili. Che cosa sia esattamente un “malore attivo”, poi, non lo sa nessuno, ma la maggior parte degli Italiani non si è mai posto neppure il problema. Questo è lo scopo ottenuto unendo la tecnica delle “belle parole” con quella del “sovraccarico di informazioni” (vedi sopra).

Come stride, allora, la semplice risposta della comunità civile, composta da avvocati, giornalisti, magistrati virtuosi e semplici cittadini e cittadine e lavoratori e lavoratrici! Quella “catena umana” sponsorizzata da Radio Popolare. L’iniziativa nel 50esimo anniversario della morte di Giuseppe Pinelli, fatto precipitare dal quarto piano della Questura, sotto interrogatorio come ‘sospettato’ per la strage di piazza Fontana, è stata la semplicità di mani che si intrecciano, di voci che cantano, di dita che strimpellano strumenti. Da piazza Fontana a piazza Cavour, a pochi metri dalla Questura. Quando un’azione è più incisiva di mille parole. Perché è stata organizzata questa iniziativa? Per ribadire alcuni concetti: che il caso non va archiviato, che manca ancora una vera verità giudiziaria. In una recente intervista Claudia Pinelli, aveva restituito al ritratto del padre il suo vero volto: un uomo affettuoso, antifascista e staffetta partigiana, autodidatta negli studi; un uomo che rifiutava ogni forma di autoritarismo e studiava l’esperanto.  Un attivista anarchico che lottava contro le ingiustizie.

C’era, ovviamente, anche la RiMaflow. Dopo aver contribuito al rifacimento della nuova lapide per Giuseppe Pinelli, inaugurata il 22 maggio del 2016, la fabbrica recuperata, presidio antifascista, ha partecipato alle due iniziative (12 e 14 dicembre) in ricordo di Pinelli e della strage di piazza Fontana. “Pinelli assassinato e Valpreda innocente”, “Piazza Fontana, mano fascista, regia di Stato” sono stati slogan scagliati per scuotere le coscienze assopite dei cittadini indifferenti, apatici, o peggio, ignoranti. Se per piazza Fontana oggi si ha una verità incompiuta, nel caso Pinelli si ha una verità giudiziaria che non coincide con la verità sostanziale. Bisogna che emergano le incongruenze e le lacune che affollano il decreto d’archiviazione.

 

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